L'antico
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Le origini delle pavimentazioni in laterizio sono da ricercare nell’Antico. In quel crocevia magico che è il Mediterraneo (spazio acqueo su cui si affacciano - da tempi immemorabili - territori, etnie e civiltà legate da intensi scambi commerciali e culturali) si collocano le origini della tecnica della cottura del laterizio, l’avvio e la grande diffusione dei pavimenti continui in cocciopesto e di quelli in laterizio a tessere o a formati modulari variamente accostati e composti in geometrizzate stesure pavimentali.
L’acquisizione tecnica di elementi d’argilla cotta per applicazioni murarie e pavimentali si colloca cronologicamente, in base alle attuali testimonianze archeologiche, nella prima età ellenistica in Epiro (regione di formazione della cultura macedone), nelle colonie della Magna Grecia (Velia, Reggio Calabria) e della Sicilia (Morgantina, Gela, Tindari).
La cottura dell’argilla consente una produzione di elementi, sia standard che speciali, dalla inalterabilità dimensionale e dalla durata temporale confrontabile con quella della pietra in una metodica produttiva rapida ed economica. In ambito greco è solo la scarsa disponibilità di legname da ardere - necessario al processo di combustione - a non far decollare come prodotto di massa il laterizio cotto.
Uno sviluppo significativo si produce, invece, sempre in epoca ellenistica nel settore delle malte che trovano estesa diffusione applicativa nelle pavimentazioni conosciute come battuti di calce e, in particolare, in quelli di cotto (o cocciopesto) sia nella redazione povera di battuto omogeneo rosso scuro sia nelle soluzioni più decorative con minuscoli frammenti litici bianchi (in genere tessere di calcare), neri o policromi distribuiti secondo disegni lineari all’interno del campo pavimentale. Questi particolarissimi pavimenti dall’ambito ellenistico si diffondono velocemente, attraverso la veicolazione punica, in tutto il bacino mediterraneo.
Dalle civiltà del Mediterraneo orientale la tecnica del battuto di cocciopesto passa agli Italici e in particolare fa il suo ingresso presso i Romani che la impiegano in larga scala - oltre che come rivestimento impermeabilizzante per cisterne, vasche, terrazze, impluvi, piscine, intonaci controterra - prevalentemente all’interno delle pavimentazioni di epoca repubblicana (III-II sec. a. C.) in redazioni decorative semplici ma raffinate.
I Romani chiamarono tale tecnica esecutiva opus signinum (dal nome della città di Signia, l’odierna Segni, grande centro di produzione ceramica, famosa soprattutto per la fabbricazione di tegole.
Con l’opus signinum progressivamente si assiste ad un arricchimento del campo pavimentale attraverso l’innesto di tessere colorate di marmo o, più frequentemente, bianche che conducono presto ad un progetto elaborato, ad una serie di scritture pavimentali intese come variatio più economica - ma sempre con risultati ornamentali di rilievo - rispetto alla coeva diffusione del mosaico (l’opus tessellatum) policromo o di quello bicromatico (bianco e nero) tipicamente romano. Prende corpo sulla stesura omogenea d’origine del cocciopesto quel trasferimento e quella sperimentazione figurativa che porterà ad avere più articolate scritture disegnative che approfondiscono i temi decorativi specifici del “progetto del suolo”, già avviati in ambito ellenistico: ripartizione pavimentale in campi, adozione di fasce, cornici, riquadrature, punti focali (centri), adozione di temi policromatici.
Oltre alla tipologie pavimentali continue in cocciopesto è da evidenziare come in ambito romano, già in epoca repubblicana, viene elaborato un più variegato repertorio di elementi laterizi (tessere) dalle forme geometriche variegate. Si tratta di serie pavimentali numericamente esigue ma estremamente interessanti e poco note realizzate con elementi regolari di forma triangolare, romboidale, esagonale, ottagonale, cubica, mandorlata (o “lunata”) ecc. Tali formati, oltre ad un uso ripetuto in stesure omogenee uniformi, sono in alcuni casi anche combinati fra loro in texture pavimentali più ricche ed articolate geometricamente.
Più che all’ambito della città di Roma (e all’area centromeridionale di più specifica influenza della capitale) la serie più numerosa di pavimentazioni in elementi a tessere appartiene all’Italia Settentrionale (la regione della Cisalpina in particolare), con una concentrazione dei ritrovamenti soprattutto nell’area dell’Emilia Romagna e diramazioni nelle Marche e nella Toscana costiera meridionale.
Benché siano trascorsi oltre settant’anni dalla ricognizione pionieristica di Marion Elisabeth Blake sulle pavimentazioni romane che già evidenziava lo scarso interesse della ricerca archeologica e la mancanza di studi specifici di sistematizzazione, ancora oggi non sembra essere stato realizzato un repertorio che cataloghi le variegate tipologie degli elementi in cotto dei ritrovamenti in forma di lacerti di diversa morfologia e fattezza. Il materiale di scavo è, inoltre, ancora oggi prevalentemente poco fruibile in quanto risulta conservato nei depositi degli enti preposti alla tutela del patrimonio storico (Musei e Soprintendenze, in particolare).
«Nell’Italia settentrionale - come rileva Maria Luisa Morricone redigendo, nel 1970, la voce “Pavimento” dell’Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale posta ad aggiornare il quadro della Blake - sono relativamente numerosi i pavimenti di mattoni di questo tipo: a Bologna, Modena, Imola, Galeata, Ravenna, Faenza, Sarsina, Reggio Emilia, sono frequenti i trovamenti di pavimenti di mattonelle esagonali talora associate a mattonelle romboidali. La data di questi pavimenti non è sempre precisabile ma si possono ritenere datati con sufficiente sicurezza l’esemplare di Imola, associato a mosaici databili al I secolo a. C. (le cui mattonelle recano al centro una tessera bianca), un pavimento di Faenza, recentemente venuto in luce, a esagoni e losanghe, che rimonta allo stesso periodo, i due pavimenti a esagoni tornati in luce a Bologna (Via Ca’ Selvatica) che sono certamente del I sec. a. C., anzi uno di essi potrebbe essere ancora più antico; anche l'esemplare di Sarsina, che fu trovato sotto un mosaico in bianco e nero con decorazione geometrica, è con ogni verosimiglianza ancora di età repubblicana.»
Gli elementi in cotto si presentano, frequentemente, con caratteristiche di elevata qualità quanto a omogeneità e compattezza materica offrendo buoni requisiti alla pavimentazione; questa condizione è evidente particolarmente negli elementi di piccolo formato della Cisalpina. Molto probabilmente viene perfezionato un processo di produzione per colatura in stampi proseguendo la tradizione delle terrecotte architettoniche, impiegando un impasto semiliquido di argilla molto selezionata e preparata, anziché seguire il più usuale procedimento di formatura dei laterizi per pressatura manuale.
Non mancano, comunque, fuori dal nord Italia, rinvenimenti pavimentali in cotto di disegno geometrico particolare come nel caso dei resti recuperati a Bolsena: piastrelle in forma di triangoli curvilinei e di fusi, disposti in modo da comporre il noto motivo della rete di fiori a sei petali.
Agli inizi del I sec. d. C., quando il laterizio cotto inizia la sua grande ascesa all’interno dell’architettura imperiale romana, molti ambienti dell’edilizia domestica, insieme a spazi a destinazione pubblica, sono pavimentati con elementi laterizi di diversa dimensione e morfologia.
Con grandi mattoni quadrati (pedali, bipedales, sesquipedales) o rettangolari si allestiscono le superfici di calpestio di botteghe e grandi magazzini, ma anche ambienti a servizio di terme e di anfiteatri; con piccoli mattoncini si pavimentano, porticati, anditi, cortili e spazi pubblici.
Un unicum nel mondo romano è rappresentato dal Foro di Scolacium in Calabria dove una grande area pubblica - pavimentata con elementi laterizi quadrati a forte spessore (40x40x8 cm) - è stata scavata recentemente e restituita nella sua quasi totale integrità alla fruizione di visita all’interno di un parco archeologico.
In epoca imperiale le pavimentazioni in cotto - a causa della nuova moda dei pavimenti in marmo - danno testimonianza di un repertorio di tessiture attestato su stesure unitarie, con superfici a campo uniforme e monocromatico, più raramente bicromatico. L’effetto di omogeneità è dato dall’accostamento di elementi ad unico formato geometrico e dimensionale.
Più articolate ed inedite ricerche di scrittura pavimentale con impiego di elementi in cotto a formati diversificati, l’accostamento di paste argillose a cromie variate, il trattamento dei campi figurati con elementi a ritaglio rappresentano le nuove tematiche che le fasi storiche successive - soprattutto l’età rinascimentale - esploreranno maggiormente arricchendo, alla fine, il repertorio delle soluzioni dell’Antico, comunque di per se significativo e in grado di “garantire il proseguimento” di quella che, in oltre due millenni di storia, si è costituita come la tradizione tipicamente italiana dei pavimenti in cotto.

(A.A.)

 

Il Museo Dinamico di Marsciano è a disposizione per gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte, nel caso non si fosse riusciti a reperirli per chiedere la debita autorizzazione.

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aggiornato al 01-12-2005